° Labyrinth °

…# esercizi di stile che scorrono nelle vene #…

#IlCervelloComeunHDfuoricontrollo

Il cervello attacca e stacca informazioni tutto il giorno, seleziona, pondera, risponde, riseleziona, cancella, riscrive. E’ una sorta di HD che si sovrascrive automaticamente, sceglie cosa backuppare e il resto, quello in teoria meno importante, lo cancella e sostituisce con informazioni più importanti (teoricamente) o di cui abbiamo più bisogno (sempre teoricamente). Una parte del nostro cervello è assimilabile alla RAM, quella memoria volatile veloce che serve per far partire il sistema. Se però le informazioni volatili vengono salvate, allora passano nell’HD e vengono fissate fino a che, come detto sopra, l’informazione non viene modificata.

E allora cosa succede al nostro cervello quando vogliamo dire qualcosa ma invece diciamo altro? Quando siamo sovrappensiero e incasinati nel turbine di dati del nostro cervello e apriamo il cassetto sbagliato dicendo qualcosa che non c’entra niente? Semplice: in quel momento l’abitudine di quel tipo di informazione prende il posto di quella che effettivamente vorremmo dire. O perchè l’abbiamo appena detta, vissuta, tirata fuori, pensata o perchè quel tipo di contesto ce ne ricorda un altro a cui avevamo più familiarità e per quello esce fuori nei ricordi.

E se questo succede, cosa vuol dire?

….

#Giornatine

La giornata di oggi: prima ora la maledetta terza, seconda buca a parlare con una nuova collega di sostegno che non ha mai lavorato a scuola e farle capire come funziona il magico mondo dei pdp pei diagnosi cdc dsa dva bes, terza ora in prima con correzione del lavoro sugli insiemi, quarta e quinta ora in seconda con frazioni e ripasso di scienze. Torno a casa e mi accorgo di aver scordato di fare le lavatrici che rimando da un po’, le metto a fare e mi chiama L. (santa donna) e ci sfoghiamo sulla bestialità e la disumanità che circonda l’essere umano, nelle sue numerose sfaccettature, nel mentre mangio e mi arriva la mail di una psicologa per fissare un giorno per una call. Chiamo la collega, le chiedo se va bene, mi dice di si, fisso l’appuntamento su Calendar, invio il link meet. Poi mi dico ok, faccio una UDA al pc e subentra il panicopaura e non riesco a scrivere un cazzo e di quel cazzo, pure un po’ banale. Nel bel mezzo della crisi mistica del secolo mi chiama una collega per parlare sempre della fatidica classe simpatica, discutiamo, riflettiamo, ci demoralizziamo e poi inizia il Collegio docenti. Sono le cinque e mezza. Primo punto, approvazione verbale precedente. Mezz’ora. Secondo punto: progetti. Qui subentra quella strana razza marziale delle colleghe della primaria che, abituate a lavorare con i bambini, ribadiscono l’ovvio diecimila volte. Sono le sette meno dieci. Nel frattempo scrivo a E. su whazzup e le racconto che hanno deciso di farmi referente di materia, io, in una scuola che non conosco, di cui so poco, le cui dinamiche e regole sono sconoscoute ai più, figuriamoci a noi precari. Figuriamoci a me. Dobbiamo ancora discutere altri 6 punti all’OdG. Ho le cuffie blutut che mi permettono di alzarme il culo dalla sedia, farmi un caffè, fare pipi, e gironzolare per casa. Mi siedo. Dobbiamo deliberare. I link non sono titolati, non si capisce un cazzo. Riscrivo la mail cento volte perché Moduli questo sconosciuto e non sanno che col mio account già compare chi sono, non serve inserire la mail. Mi lamento con E., poi con F., poi con G. Decido che l’unico modo per sopravvivere è ironizzare sulla disperazione. Tolgo i panni dalla lavatrice e ne carico un’altra. Li stendo dopo, mi dico. Sono le sette e mezza e siamo al punto 4. Decido di preparare la cena. Quando bisogna votare clicco sul link, inserisco la mail e scelgo astenuto. Non c’ho voglia. Si fanno le otto. Il dirigente saluta e io nella marmaglia faccio ciaociao graziepregoscusitornerò e attacco. Mangio con L. che nun se sa come può sopportami, si mette a suonare. Io chiamo S. per organizzare gli ultimi step di questa agonia….Cazzo i panni. Butto tutto dentro la cesta, vado in studio e mi metto meticolosamente a stendere: 3 pigiami, 3 felpe da casa, magliette estive (che devo rimettere nella parte estiva), leggins, 28 perizomi, 28 calzini + 4 spaiati che nun se sa dove stanno. Che si percepisce da quanto non facevo una lavatrice? Guardo la camera: ci sono 5 paia di jeans ancora da lavare, 12 magliette, 4 maglioni, cose estive reduci da finti giorni di caldo prima del grande freddo. Sospiro. Vado a fare pipi. Mi fermo sulla tazza e penso a questo 28. Scuoto la testa da sola, nun se po’ vive così. Mi si sono addormentati i piedi. Mi devo struccare. Non c’ho voglia. Mo lo faccio. E devo ancora andare a dormire. Fine.

Ah no. Mentre parlavo con S. ho pure preparato una verifica di scienze.

#I.r.r.e.c.u.p.e.r.a.b.i.l.e

Sono così stanca, affranta, consumata, preoccupata, nervosa, spaventata, destabilizzata, incazzata, stufa, scoraggiata, demotivata, sopraffatta, amareggiata (… e potrei andare avanti), che non ho neanche la forza di pensare, figuriamoci di scrivere.

Le cose accadute in questi mesi si sono così rincorse e accavallate, sovrapposte, soffocate, ingannate, lacerate, ricostruite, lacerate ancora. E in questo tourbillon de la vie mi sento persa, mi sono persa. Maledico la mia malsana anarchica testa che lascia incastrare in quei pochi spiragli che le concedo, per distrazione, amari pensieri, amari come il caffè senza zucchero che appena lo butti giù ti fa sentire le papille gustative arse, bruciate, secche. E io lo maledico e mi maledico.

Ho una grande confusione in testa, fatta di parole studiate, di un lavoro vecchio in un ambiente nuovo che non ha la benché minima idea di cosa vogliano dire le parole organizzazione, collaborazione, impegno, condivisione, responsabilità, chiarezza, costanza, trasparenza, efficienza. Confusione dovuta ai miei stati altalenanti che ricamano finte soddisfazioni su una tela troppo nera, tanto da ingoiarsele senza lasciarne traccia e finire così, vacue.

Intorno a me vedo ragazzi i cui volti sono tagliati da una mascherina bianca che mette in risalto gli occhi, lasciando trasparire quella frustrazione nel non poter essere davvero se stessi, quella malinconia di un viso pieno. E quindi ci guardiamo, tanto. In alcuni casi sono sguardi di rimprovero per la loro immaturità, in altri sono sguardi comprensivi. Ma sono sguardi di chi avrebbe bisogno di staccarsi dal mondo e godersi il cielo.

Ho fatto il mio primo tampone. Un calvario per sapere i risultati se non sei residente nella regione in cui abiti. Alla fine sono andata al totem e ho stampato il referto. Ho guardato il foglio per un’ora per assicurarmi che davvero ci fosse scritta la parola negativo ovunque. Mi sono messa nei panni di chi invece ha dovuto leggere positivo. Dannata la mia empatia.

Così si è fatto buio, il petto fa male, il nodo alla gola è talmente forte da soffocarmi.

Ecco. Questo è quanto.

#EilCieloSeNeFrega

Quando il cielo ti sta cadendo addosso, tu lascialo cadere.

Lascialo cadere il cielo quando decide di scivolare sopra di te, di penetrarti l’anima, di lasciarti senza respiro e di ansimarti addosso per farti sentire che c’è. Si, tu lascialo cadere.

Lascialo cadere esattamente per com’è: un telo nero costellato di squarci di luce di presenze lontane che sicuramente ora non ci sono più, ma la loro luce perdura ancora nello spazio, la loro esistenza è ancora presente, se pur ormai scomparse da chissà quanto tempo.

Lascialo cadere e solamente quando avrà assorbito la tua anima, decidi da che parte vuoi stare, decidi che emozioni provare, decidi come reagire, decidi se reagire. Solamente dopo, decidi.

In questi giorni mi stanno succedendo troppe cose e sembra che ogni volta mi caschi il cielo addosso: alcune cose esuberanti che si spengono come la fiamma di una candela sotto il soffio leggero del vento, alcune cose spaventose che si incastrano nel liquido interstiziale dei miei lobi celebrali e restano lì, a darmi quelle scosse di insicurezza che mi scaraventano lontano, alcuni ricordi che inevitabilmente decidono di giocare con il mio umore, alcune notizie che mi fanno sorridere e sorridere e incrociare le dita perchè spero che andrà tutto bene e… quella di oggi.

Quella di oggi mi ha preso, tirato e strappato forte.

F. è F.

C’è sempre stato nelle mie paure, nelle mie prime insicurezze lavorative, ma anche nelle terze nelle quarte e nelle quinte. E’ sempre stato attento alle mie preoccupazioni, alle mie sfumature spesso enigmatiche, al mio sorriso tirato quelle mattine in cui non volevo alzarmi dal letto, ai miei cambiamenti di voce quando parlavo di determinati argomenti, alla mia frenesia di fare in quel modo ossessivocompulsivo che solo chi mi conosce bene, lo sopporta senza sofferenza.

Ma F. non è stato solo questo. F. sono state le risate nei corridoi, le pacche sulle spalle, l’augurarsi buon lavoro chiudendo la porta, col sorriso perchè a noi ci piace davvero un sacco fare sta roba, e mannaggialcazzolavogliamofare. F. è stato il caffè nelle pause che capitavano insieme agli altri alla macchinetta, le ore di copresenza a fare esperimenti di scienze e le sfilate musicali, F. è stato il “B. entra entra che stavo giusto facendo” e assistere alle sue meravigliose lezioni in cui avrei voluto tanto tornare studente per imparare a spiegare. F. è stato i CdC dove bastava guardarsi per capire, l’arrivare prima la mattina con i Nirvana sparati, oppure de Andrè (che ormai mi rimanda sempre a lui), oppure i film, i libri, i racconti, le condivisioni di vite diverse fino a quel momento. F. è stato il mettere a posto i pc, lo scordarsi la qualunque da qualunque parte, i pranzi insieme, gli studi insieme, i test insieme, “il minuto di lamento” insieme, Nizza, la sveglia presto, il controllo delle stanze dei ragazzi, il ridere nei corridoi perchè ci sentivamo più ragazzini di loro, la pizza con la nostra classe, noi, quelli che gli scappatidecasa ci piacciono. F. è stato i miei 5 anni di ricordi belli, tra i ricordi belli.

F. è la mia ancora, il mio porto sicuro, una delle persone più importanti della mia vita, forse lui mica le sa tutte ste cose, ma F. è quella parte solo mia che mi sono costruita qui e che tengo al sicuro e stretta perchè non voglio perderla.

Ho chiamato F. oggi e sicuro di avermi detto quello che mi stava per dire (perchè lui è così, non sarebbe F. anche se in effetti lui è molto di più di quello che crede), ha lanciato sta bomba dritta nel mio petto. Ogni anno c’è il rischio di non lavorare più insieme e di non avere più quell’ambiente sicuro. Però ogni anno abbiamo sempre vinto la sorte e siamo sempre tornati ad essere noi e ad affrontare la gigante B. e il suo anno scolastico, meno soli. Beh, per i prossimi due anni no e nonostante io sono straconvinta che la sua scelta sia stata quella giusta, mentirei se vi dicessi che non sono triste

Perchè egoisticamente non riesco a pensare alla sua assenza fisica. Perchè io è dalle 12.30 che ho trasformato i miei occhi in serbatoi di lacrime che strasbordano ad ogni mio movimento facciale, tipo ora.

Io lo so hermano querido che è solo distanza. Io lo so che andrà tutto bene e che torneremo a sorriderci dentro, io lo so che le scelte migliori all’inizio sembrano le peggiori ma è solo la paura di affrontare, lo so che questo cielo che mi sta cadendo addosso me lo devo lasciare cadere lasciandomi andare, però se davvero avessi capito, quando ci siamo visti ti avrei abbracciato per tipo un secolo e ti avrei detto tutte queste cose senza respirare e un bel vaffanculoalCovid, che ce sta.

Ti voglio bene.

S.

#QuandoRidi

Quando le persone mi conoscono così bene da sapere esattamente come prendermi in giro e in che modo… Rido.

Rido perché quelle pochepochissimerarissime persone sono la parte di me più bella che ho, perché vuol dire che in silenzio mi hanno osservato e mi hanno visto buffa, perché vuol dire che hanno prestato attenzione al mio modo assurdo di guardare il mondo, di relazionarmi con esso, di interpretarlo e di far loro, me stessa. Rido perché vuol dire che si ricordano le mie sfumature, nonostante il tempo e le distanze, come se fosse ieri e hanno voglia di ricordarmelo insieme e giocarci su.

Rido perché in quel puntino che sono in uno spazio infinito, pienondifottutiproblemi che mi spezzano il cuore, c’è ancora qualche altro puntino che mi fa arricciare il naso e cambiare colore. Perché ridere fa cambiare colore.

E mi piace quando si ride insieme, c’è quel clima di complicità, di fiducia, di serenità, di stare bene sul serio. Perché io rido solo quando sto bene per davvero.

Sono la classica stronza che solleva il sopracciglio quando qualcuno dice una cazzata, che fa la faccia perplessa se non sono convinta di quello che mi dici, che spengo lo sguardo mentre ti guardo se mi hai deluso. Si. Sono quel tipi di persona che ti dice sempre la sua opinione, però devi essere anche pronto a riceverla, senza invece volerti sentire dire quello che vuoi tu.

No perché io non sono cosi.

E allora quando le persone che amo riescono a farmi ridere, quando mi prendono così in giro che rido da sola perché è cosi che sono veramente e “mamma mia che rompicoglioni” e mi fanno il verso, quando vuol dire che mi conoscono talmente tanto a memoria da poter essere loro me, quando vuol dire che ci sono sempre stati e hanno sopportato quel pendolo, in silenzio e standomi sempre vicino… Allora sono felice. Perché ho scelto per la mia vita persone che rispettano me, quello che faccio, ciò che mi circonda.

E sono le stesse che mi chiedono insistentemente di vedermi anche se la sosta che faccio nella loro città non dura neanche mezzo orologio, mi sfondano il petto con un abbraccio e mi fanno quel regalosorpresa senza senso che però terrò per tutta la vita attaccato al mazzo di chiavi o appeso al collo, perché è esattamente quello che ci rappresenta. È esattamente quello che parla di noi, è esattamente il nostro legame che ci appartiene.

E mi piace ridere, soprattutto quando so che vale lo stesso dall’altra parte. E si sta bene e si sorride.

#VegliaAlleStelle

C’è la notte e poi c’è la Notte notte. Quella così buia da farti perdere l’equilibrio sotto ai piedi, quella che per capire che esisti ancora, devi allargare le braccia e cercare altre mani, quella che ti penetra dentro lentamente e, come se fosse la prima volta, ti lascia senza fiato, sempre.

La prima volta che ho visto la Notte notte non la ricordo; ricordo però quando la Notte notte sapeva di salsedine e di sabbia, di alcool sulle mani e vento addosso da pelle d’oca, di rumori… Anche quelli del mare.

La veglia alle stelle è una delle cose che ho sempre amato: dopo giorni di costruzioni, di legare le palanche, di tirar su il catino e poi il sovrattelo, di legna umida da asciugare al fuoco, di cene al lume di un bidone abbozzato, finalmente la Veglia.

Per me è qualcosa di mistico e fa parte del mio ventaglio di bisogni primitivi e primordiali che mi rendono felice, un po’ come camminare scalza o mangiare con le mani. Lo so lo so.

Quindi quando era Il giorno ci si preparava; dopo il classico fuoco ci dicevano di prendere i maglioni, il quaderno, il canzoniere, le torce e di tornare lì. Io la torcia non l’ho mai usata, mi sembrava una violenza. Tanto tra la Luna, le stelle e la brace, si vedeva “QB” (cit.).

Ci si sedeva e in silenzio, in rispettoso silenzio, ascoltavamo brani, storie, letture, ascoltavamo voci che si susseguivano e con quelle tonalità che accarezzano l’anima, ci raccontavano qualcosa. Forse è per questo che amo quando mi si legge ad alta voce qualcosa, peccato che nessuno ne abbia mai voglia e se non se ne ha voglia, si sente.

Poi, ci lasciavano liberi da soli, a scrivere sotto le stelle, in mezzo al nulla, sull’erba fredda che ci bagnava il culo, gli scarponi pieni di fango e la testa piena di parole.

Eravamo ragazzi, in quel range assurdo tra le medie e il secondo superiore. Eravamo ragazzi e passavamo 15 giorni nel nulla, sotto il cielo a scrivere di noi. Poi non chiedetemi perché io sia cosi.

Sabato ho trovato un angolo buio del cortile, ho tirato su il naso verso l’alto, ho ispirato talmente forte da farmi girare la testa e ho aspettato che tutto questo fosse mio, di nuovo.

Poi ho sorriso perché avrei voluto condividere tutto, in silenzio, sperando di far arrivare me, senza parlare.

#LeGiornateGrandinate

Per quanto mi piaccia la Genetica, ogni volta che la vado a rivedere, ho un misto di emozioni contrastanti: euforia, voglia di ficcarmi in un lab, stanchezza emotiva, cervello fuso, mal di schienaancheginocchio, vescica che esplode. È sempre cosi.

Sorvolando sulla genetica, qui in Lombardia oggi si è scaricato uno dei soliti attesi temporaloni estivi dove l’acqua, la grandine, il vento, le foglie, i comodini, i tetti e tra un po’ anche le case, si sono scaricate sulla mia testa esattamente quando ho deciso di portare fuori i cani. Il risultato lo potete immaginare. Dettagli.

Però il bello di questi imprevisti è che si dorme bene, la sensazione di felpina addosso mi rassicura l’anima, l’arietta freschetta mi solletica il naso e mi ritorna quella pazza voglia di scrivere fino alle cinque di mattina, di ascoltare quelle canzoni al buio, di assecondare cosa mi passa nel cervello, senza avere la pressione a meno due.

E poi in questi momenti si riesce a vedere cosa c’è dietro e questo mi fa sorridere, mi fa dire “losapevoio” e mi fa ricordare che il mio sesto senso contina a non sbagliare mai. Figo.

#Se.

Delle persone mi piace la testa. Mi piace il modo audace con cui osano far susseguire parole altisonanti, rincorrendo pensieri che ricalcano il profilo nitido di quello che c’è da dire, con un come disegnato.

L’ho sempre detto che ammiro, della scrittura, la possibilità di scegliere il giusto termine nel giusto contesto, immerso in lettere dentro lettere che anche visivamente scendono e salgono come note di un pentagramma.

C’è quell’orgasmo a cui non ti puoi svincolare e che ti frega il cervello. E se ti frega il cervello, sei fottuta.

#QuestioneDiTestosterone

Mi capita spesso di ascoltare. Di analizzare scientificamente le informazioni e di farmi una mia personale statistica a riguardo. Poi fisso il cielo sperando non so, di trovare risposte. Ma il cielo non parla e mi lascia con i miei dubbi, con la mia discussione senza conclusioni, con la mia statistica sospesa a metà tra pedo e atmosfera.

Probabilmente avendo meno testosterone no riuscirò mai a comprendere l’esigenza di dover osservare bambole rifatte per il gusto di farlo, di occhi da manga e vestiti esagerati, di vetrine prefatte per lasciare la scia, peggio di una lumaca sopra una tegola arsa dal sole. Posso forse in minima parte “giustificare” i reclusi, i soppressi, gli asociali, che passano il tempo davanti ad uno schermo e l’unico che modo per interfacciarsi con il mondo esterno è tramite foto rasenti la pornografia più becera di istagram (che già un porno lo comprendo meglio), ma la necessità di farlo a prescindere, quando hai nell’altra stanza la tua compagna, no. Questo non lo capisco.

Ho parlato con M. qualche giorno fa di questa cosa: ho bisogno di un punto di vista maschile e abbastanza oggettivo sulla cosa. E gli ho chiesto se potesse essere la noia a far scaturire questi atteggiamenti e mi ha detto di si. Quindi in sostanza, come immaginavo, non si è mai abbastanza ed è costante la ricerca di una soddisfazione fisica più appagante di quella di carne che si ha ad una porta di distanza.

Non so per quale cazzo di motivo io (forse le donne, boh), non ho nessun pensiero sessuale su una foto di addominali scolpiti. La classica frase “Ah me la sbatterei”, al maschile proprio non mi viene e anzi, a sentirla mi fa proprio schifo. Un conto è un porno dove vedi l’atto e ti eccita quello, un conto è na foto dove ti viene voglia di farti quella e la tua immaginazione parte su quella persona, non sulla cosa in se.

Per me, per avere questa sorta di istinto primordiale a ruota libera ci deve essere quell’intesa mentale che ti travolge, quella voce che ti fa impazzire, quel fatto che quella persona ti conosce così bene da poter essere te stessa e poterti godere a pieno del momento. Ma perché è quella persona. Perché vuoi quella persona, perché è di quella persona che vuoi la pelle addosso, appiccicata.

Quindi sarò io, saranno le donne, sarà che ripudio proprio questi atteggiamenti, ma ci resto proprio male quando mi accorgo che questo è il filo rosso per molti e che molte restano di merda perché non si sentono abbastanza, perché nonostante magari facciano tanto, non basta. Sarà la normalità? La routine, l’abitudine? Però anche per la distanza c’è il motivo dell’assenza. Insomma c’è sempre un motivo.

Mi dispiace, perché dentro ci si sente marci e sbagliati. Quando basterebbe aprire quella porta.

Sono costrutti sociali? La donna è la classica seconda mamma mentre “l’amante di plastica” è quella con cui perdersi nelle perversioni? Allora non chiedete alle donne di sposarvi, di vivere con voi, di esserci quando vi svegliate, di supportarvi quando il mondo vi crolla, di essere parte della vostra quotidianità se poi non le riuscite a vedere più come amanti, perché fidatevi, preferiamo essere quello che cercate nelle foto piuttosto che peluche per dormire.

E non si tratta di femminismo, si tratta che ci restiamo proprio dimmmerda.

#IoNonSo…Evoi?

Sorrido, con il gomito appoggiato fuori dal finestrino della macchina, i Pinguini Tattici Nucleari che chiacchierano dentro lo stereo parole che sembrano descrivermi, a palla, mentre aspetto che il semaforo diventi verde.

Mi sento come la neodiciottenne appena patentata col suo pezzo preferito alla radio, quello che non aspetti, che ti fa fare “uooooo”, girare la rotella e saltellare sul sedile.

Mi sento come la neodiciottenne appena patentata col… Blablabla, che ha appena cominciato le vacanze estive, anche se le mie vacanze in realtà non sono proprio iniziate e non inizieranno mai, quest’anno.

Ho chiesto la disoccupazione, tra pochi giorni dovrò pagare il 730, dopodiché dovrò solamente iscrivermi ad altri due concorsi e spaccarmi il cervello.

Però sorrido mentre percorro la Nord, mentre ballo sul sedile “un po’ come fanno i lemuri”, commuovendomi con Bergamo nonostante non ci sia mai stata e immaginandomi dei ricordi che non sono mai stati vissuti, per il semplice gusto di volerli ricordare. Magari un giorno finiscono per diventare veri e così potrei dire di averli davvero.

Giovedì ho affrontato il mondo dopo 4 mesi. A parte la mia fobia nello stare insieme ad altre persone, ho osservato questa situazione distopica di desolazione e mascherine: ho pensato a quelle scene post apocalittiche dove smog e fumi vari rendono l’aria irrespirabile, dove si vendono di contrabbando pezzi di braccia o gambe cibernetiche da sostituire, dove c’è così tanta polvere da modificare le congiunzioni neurali, l’intro di Neuromante qui, calza a pennello. Mi chiedo se finirà, quando finirà e come si ricomincerà a vivere la normalità e che tipo di normalità avremo domani, visto che sarà diversa da quella di ieri. Ho trovato tanta amarezza, tanta nostalgia e tanta paura dentro di me.

E vorrei poter aver fatto quelle cose là perché mi mancano quei ricordi che non ho.