° Labyrinth °

…# esercizi di stile che scorrono nelle vene #…

#Partire da A e finire alla Z

Ho tante canzoni che mi ricordano gli arrivederci o gli addii, molte sono dei Modena, alcune dei Ratti della Sabina ormai Area 765, alcune degli Eagles, altre di non so che.

Il fatto è che per quanto si possa dire, fare, baciare, lettera, testamento, la mia assetata voglia di parole è in realtà molto selettiva. E questa selezione, inevitabilmente, riduce il cerchio a quelle poche persone meritevoli il cui poco tempo che abbiamo lo spendiamo a tuffarci nella testa dell’altro perché ne vale la pena, vero J?

Ah, un’altra cosa. Ho la fissa della punteggiatura che da l’andamento evocativo alle parole. Il lento scorrere dei pensieri, un po’ come la pausa tra le note. Mi piacciono gli incisi, le parole che quando si pronunciano sono altisonanti, quelle che graficamente hanno lettere che vanno verso il basso e altre verso l’alto. Non chiedetemi il perché, è così. Mi piace anche, forse per un autismo latente (mica poi così tanto), giocare con gli aggettivi: una mela può essere bella e succosa ma se è bella, succosa E dolce, per me ha più senso. Le descrizioni devono essere approfondite, dettagliate e sottili (vedete, l’ho rifatto), per permettere al lettore di immergersi in prima persona tra le sinapsi sgretolate. Inoltre a volte mi diverte usare la stessa iniziale, possibilmente pensando parole particolari per penetrare presuntuosamente (nel) pensiero personale.

Quando si sta sulla tazza del cesso a fissare il detersivo per i delicati, pensando se sia il caso di spegnere il condizionatore o meno, per fare una lavatrice, escono fuori delle perle che levateproprio.

Ah ecco. A volte mi piace scrivere tuttoinsieme, perché secondo me, fa più effetto. Ma sono licenze creative che mi autoassegno, tanto male non fa.

#QuandoSeEmiVaBene

Mi rendo sempre più conto di come il silenzio sia bistrattato. Come sia associato al vuoto, al vuoto di parole, al vuoto di rumori, al vuoto che spaventa insomma. Mi guardo intorno e ascolto gente che pur di non stare zitti, perché si imbarazzano, parlano del niente tutto il tempo, cercando di parlare di qualcosa.

Sorrido.

Io amo il silenzio. Lo trovo toccante, uno scambio di emozioni vere che vengono da dentro, anche ora che scrivo e ci penso, mi sento il petto bruciare come se qualcosa volesse uscire fuori. Amo il silenzio della notte, il silenzio delle stelle, il silenzio del sole che filtra tra le persiane. Mi piace il silenzio di due persone che si ascoltano senza parlare. Non è la routine, non è un “ormai non abbiamo niente da dirci”, ma è più un “non serve che tu mo dica niente perché so già quello che pensi, quello di cui tu hai bisogno”.

E quindi ci sono quei gesti che ti fanno sorridere, come F. che mi scrive su whazzup perché SA cosa succede, lo sa perché è qualche giorno che non ci sentiamo, lo sa perché se non le scrivo è successo qualcosa. Così come il latte nel caffè. L. lo sa. E non è abitudine, è quella accortezza che fa piacere. Come quando ci dicono qualcosa e noi non siamo d’accordo: ci guardiamo e poi uno di noi risponde, oppure scoppiamo a ridere, oppure cambiamo discorso.

A volte ci penso, penso che magari questa cosa sia solo l’illusione dell’abitudine ma poi ci rifletto e non è così. Basta saper ascoltare senza doversi dire nulla e senza dover spiegare sempre tutto… Io odio dover dare spiegazioni, odio ripetere sempre la stessa cosa. Odio dovermi far conoscere e poi prenderla nel culo perché non si è ascoltato abbastanza, col cuore

Il culo è il mio e mi sono un po’ rotta il cazzo, scusate il francesismo.

Questi pensieri un po’ rivisitati li avevo scritti a maggio, oggi ho trovato in bozza queste parole e siccome proprio adesso, mentre mi legavo il mio foulard tra i capelli (perché come mi piace essere in po’ rockabilly/pin-up), le ho riscoperte, beh. Perché non dare il carattere a quello che provo?

Lascritturasalvalavita.

#PallePiene

Quando è iniziata la pandemia, avevo anche paura a respirare l’aria senza mascherine. No, non sono fobica, sono laureata in biologia e per quanto mi riguarda, credo alla Scienza più che in me stessa (e non è che ci vuole molto…). Sarà per la marea di videogiochi post apocalittici che faccio o che guardo, per i film che ripartono dai peggiori dei mondi possibili in cui l’uomo è sempre il protagonista diretto della sua rovina, ma avevo questa tachicardia pazzesca nel portare il cane sotto casa, mi sembrava come se l’unico posto intoccabile fosse casa mia e il mio balcone per cui dovevo assolutamente rimanere dentro. Tutto il resto, del bel marciume che poteva benissimo restare dove stava.

Con il passare dei mesi, con l’estate di mezzo e la costrizione di dover tornare a lavorare, questi pensieri sono spariti quasi non li avessi mai sentiti veramente. Il frenetico correre mi ha distratto da quello che stava succedendo, nonostante classi e colleghi giocavano a tennis con le quarantene, io sono riuscita a “sopravvivere” e a far finire anche questa volta, un altro anno. E’ stato un anno pazzesco in cui non ho messo alla prova solo la mia professionalità, ma anche tutte quelle soft skill che piacciono tanto agli EICIAR, per i quali ti pesano e misurano per poi trovarti mancante.

E qui non è detto che tutti capiscano questa citazione. Ma poi tutti chi, mah.

Riepiloghiamo gli ultimi due anni che hanno portato per una serie di cose a quello che ora sono: settembre 2019 lavoro, studio, studio, riunioni, lavoro, studio, dicembre 2019 febbre alta, nataleacasa, capodanno triste, gennaio 2020, concerto DT, esaurimento nervoso, produzionepaloinculo, bugie, fiducia, danimarcapaloinculo, amiciziepaloinculo, febbraio 2020 crisi epilettica, marzo 2020 pandemia, esaurimento nervoso pt.2 depressione, lockdown, DAD, assenze pt.1, assenze pt.2, studio, studio su meet, studio, lavoro, lavoro, lavoro, burocraziavaria, giugno 2020, pandemia, depressionetantopercambiare, studio, agosto 2020, toscana, studio, studio, iscrizione concorsi, iscrizione graduatorie, studio, GPSinculoalmondo, attacchi di panico, settembre 2020, battesimonipote, nuovo lavoro, pandemia, studio, novembre 2020, concorso, nuovo lavoro non più nuovo ma pesantecomeselofosse, studio, studio, vabbèchiamiamololavoro, dicembre 2020 nataleinbrianza, gennaio 2021 burocrazia, studio burocrazia studio, depressione, instabilità emotiva con attacchi di panico e crisi nervose nomavatuttobenetantosonoiocheesagero, studio, nuoviamicichetisalvanolavita aperitivo, marzo 2021, pandemia, crisi epilettica, studio, vaccino, aperitivo, studio, giugno 2021 esami, lavoro, giugno 2021, vaccino, crisi epilettica, corsi estivi, studio, lavoro concorso, risultati, corsi estivi, 13 luglio 2021: 730, risultati concorso, accesso agli atti, altro concorso in arrivo, corsi estivi che ancora non finisco. E il 15 ho la visita per l’epilessia.

Togliendo la tachicardia che mi è venuta nello scrivere e rivivere tutto questo, perchè dietro ogni parola e ogni spazio c’è qualcosa che mi ha profondamente tagliato una parte di quello che ero e buttata via nel cesso, oggi ho quel tipo di frustrazione, di vergogna, di sconfitta di chi ha fatto tanto, ci ha creduto troppo e come succede nelle miglior storie del mondo, è andato tutto a puttane. Mi sento in colpa di non essere abbastanza, di non essere stata abbastanza, mi sento inferiore, ho il timore di guardare la gente in faccia perchè credo di averla delusa, perchè io in primis per me stessa mi sono delusa.

E lo so cosa si dirà, perchè sono sempre le stesse frasi che si dicono ma bisognerebbe sviluppare quel grado di empatia necessaria. E non dico il mio livello di empatia che se ad una mia amica viene la cistite e mi racconta come sta, poi la cistite me la prendo pure io, no. Non parlo di questa empatia, ma magari almeno una piccola comprensione degli stati d’animi altrui. Perchè io affronto le cose a modo mio, non posso sentirmi in dovere anche di dover affrontare le emozioni nel modo degli altri, perchè il mio è SBAGLIATO e invece quello degli altri è giusto perchè giuro, non ce la faccio, non ce la faccio più. Non posso sentirmi sbagliata anche per questo. E non posso sempre pensare che se non faccio quello che dovrei fare secondo gli altri, poi devo morire nel terrore di quello che potrebbe succedere, dato questi fantastici due anni vissuti nel terrore.

E comunque, per tornare a bomba, oggi mi sento una fallita come quando inizio le cose, vado a bomba, ma poi non le porto a termine. Ecco oggi è il giorno in cui, nonostante i due anni passati così, dove ho sputato sangue e animo e corpo e testa, non ho concluso nulla, non ho portato a termine nulla. Un po’ come la dieta, ma questa è un’altra storia.

Ed è inutile dire che non cambia niente, perchè io lo vedo che negli occhi è già cambiato tutto.

Oggi se ci fosse un prosecco ci morirei dentro, poi avrei un’altra crisi epilettica, ma va bene così.

#SeSiParlasse

A volte vorrei avere più tempo per scrivere, spesso mi vengono in mente delle frasi che “mammamiaohquestaspacca” ma poi le devo ricacciare giù in gola con grandi bicchieri d’acqua. Non so se sia questione di tempo, effettivamente. O se sia la paura di sapere, alla fine, queste parole a cosa portano fuori. Perché tanto si sa, rotolano come delle pazze senza senso, quando comincio. Ci sono dei detti al riguardo, uno dice “segreto di uno, segreto di tutti” ma io non lo associo alla diffusione dei miei pensieri nelle bocche altrui. Mi fido degli amici, miei (l’inciso è d’obbligo, mi dispiace ma fa ancora troppo male). Più che altro associo quel detto a quell’altro che ovviamente non ricordo come faccia ma il succo è che se una cosa non la dici non è vera, se la dici, diventa reale e allora fa niente con chi la condividi, si concretizza.

Forse quindi è anche per quello che non scrivo quando c’ho voglia di scrivere come una pazza cocainomane dipendente dalle parole, perché poi chissà che cazzo ne viene fuori e chissà poi cosa fa il mio cervello quando realizza quello che fino a quel momento, era solo nella mia testa.

Ultimamente sono diventata ancora più empatica: l’altra volta ho scritto a F. detta S. piangendo non sapendone il motivo e lei mi ha detto che stava di merda e ci siamo fatte un piantarello entrambe, perché la sento quando sta così. L’altra volta ancora M. e E. (un giorno vi racconterò anche di loro), avevano entrambe il ciclo e io mi sentivo gli ormoni scoppiarmi nei polmoni e tutto il peso del mondo addosso. Questa cosa mi preoccupa. Anche perché la maggior parte della gente non capisce mica cosa vuol dire essere empatici, che non è comprendere gli stati d’animo altrui, essere empatici vuol dire farli propri, sobbarcarsi quell’emozione senza volerlo, assorbirne gli effetti, le cause, le cause e gli effetti, non potendo certo alleviare quelli dell’altro, ma percependo il suo dolore, poter stare più vicino.

Ecco, questa è più o meno l’empatia. Ed ultimamente la trovo talmente tanto fastidiosa che cerco di non darmi ascolto. Ma secondo voi ci posso mai riuscire, io? No. Ecco. E così le notti le passo sveglia, con G. che mi russa accanto, sempre più convinta che sia un Kami, dovevo chiamarlo Totoro, mi sa.

Comunque oggi piove, il cielo sgranella nostalgia, io devo sistemare le cose burocratiche non solo della scuola, ma del vaccino, della banca, del 730, dei contratti e delle varie nomine e comprare qualche strumento da giocoliere per iniziare le attività. Dovrei andare dall’estetista e vorrei, ma questo chissà quando avverrà, spendere un sacco di soldi in vestiti, perché mi sono accorta di averne alcuni che risalgono al 2008 anno in cui avevo 19 anni. E ora, va bene che sono in ottimo stato, però magari a 31 anni non è il caso di cambiarli? Ma tutte le volte che vado in giro trovo cose troppo tamarre o non adatte al mio fisico da balena spiaggiata meshaappata ad una pin up. E mi rassegno ai miei vestiti da adolescente.

Vogliounpensierosuperficialecherendalapellesplendida.

Visto? Parto da un punto e arrivo chissadove.

#DomaniSiTornaALavoro

Ho sempre fatto il briefing dell’anno passato, da quando ho avuto la capacità di scrivere. Mi ricordo ancora che con la mia amica delle superiori, il 7 gennaio ci ficcavamo nell’ultimo banco, aprivamo la nostra Smemo e alla pagina del 31 Dicembre, scrivevamo quello che era stato, mentre al 1 di Gennaio, quello che sarebbe stato o che avremmo voluto che fosse. E poi confrontavamo le due date per renderci conto se qualcosa tra le due pagine, in un anno, si fosse realizzato.

Crescendo ho optato per un “scrivicometeviè”, lasciando fluire i pensieri e descrivendo non solo ciò che avevo vissuto e come, ma anche le mie riflessioni personali. E cercavo di non saltare niente, di non mancare neanche un nome, per non mancare di rispetto a nessuno. Come si poteva non scrivere di qualcuno che in un anno era stato fondamentale per te? Ti aveva fatto scoprire una canzone nuova, ti aveva salvato il culo ad un’interrogazione, ti aveva rubato quel bacio di fretta mentre le porte del treno si chiudevano e poi non lo avevi più rivisto, ti aveva ospitato a casa sua perchè quel giorno c’era l’interrogazione di fisica e allora stocazzo che vado a scuola. Come si poteva non scrivere che un ramingo ti aveva bendata sulle spiagge del Doriath, mentre fuori di là i Ciclopi erano pronti per ucciderci o che quel bardo in quella quest buggata, ti aveva insegnato a giocare con quella classe, solo guardando lui che calmava e istigava e ci dava dentro di mazzate? Come potevi non scriverlo? Non potevi, appunto.

All’università ho vissuto le amicizie in funzione degli esami, imparato a selezionare i ricordi e le persone che si meritavano di condividere la loro vita con la mia. E col passare degli anni, sono state sempre di meno le persone, sempre di più i ricordi e sempre così tanti che il mio fine anno era un candido ringraziamento di ciò che mi avevano insegnato lungo la via.

Quando invece si cambia regione, si cambia città, si cambiano amicizie, si cambiano ritmi e routine, diventa tutto molto più controverso, è come rinascere di nuovo, è come riscrivere tutto d’accapo, solo con la lucidità o forse la razionalità di un adulto che alla fine, non ha mai smesso di agganciarsi alle parole, alla musica, ai rapporti umani, ma conscio che non tutti gli organismi che si incontrano sono dovuti di sensibilità e rispetto, solo che io poi, me lo scordo sempre o meglio dire, me lo ricordo sempre troppo tardi.

Quest’anno mi ha fatto schifo.

Mi hanno fatto schifo quasi tutte le persone, quasi tutti i rapporti, mi ha fatto schifo il tempo, mi sono fatta schifo da sola, mi ha fatto schifo leggere, ascoltare la musica, cucinare, scrivere, parlare. Mi ha fatto schifo il ricordo, mi ha fatto schifo il ricordo del ricordo.

Quest’anno mi ha fatto male.

Mi hanno fatto male quasi tutte le persone, quasi tutti i rapporti, mi ha fatto male il tempo, mi sono fatta male da sola, mi ha fatto male leggere, ascoltare la musica, cucinare, scrivere, parlare. Mi ha fatto male il ricordo, mi ha fatto male il ricordo del ricordo.

Quest’anno mi ha fatto piangere.

Mi hanno fatto piangere quasi tutte le persone, quasi tutti i rapporti, mi ha fatto piangere il tempo, mi sono fatta piangere da sola, mi ha fatto piangere leggere, ascoltare la musica, cucinare, scrivere, parlare. Mi ha fatto piangere il ricordo, mi ha fatto piangere il ricordo del ricordo.

Mi guardo allo specchio. Scorro con l’indice il mio profilo appannato che si riflette.

Scusa S.

Scusa se per la prima volta in trentun anni sono venuta meno ad una parte importante di quello che sei.

Scusa, ma questa volta no, non posso.

Per chi mi chiedesse cosa mi aspetto da questo anno, rispondo semplicemente che non sia come quello precedente.

Lo stereotipo delle risposte banali.

Ma a me non me ne frega un cazzo.

Perchè io quello che allo stremo vorrei è proprio questo.

Che quest’anno mi ridia indietro quella scheggia là. Anche marcia, ma che me la ridia indietro.

#LeCondannedell’Anima

L’inverno sta arrivando. Porta con se distinti fiocchi bianchi che arrivati sull’asfalto, si sciolgono, inesorabilmente. C’è un’aria densa da vomitare l’anima e con essa, mi perdo anche io.

Resto esterrefatta dello scorrere imperterrito del tempo che porta con se una sopravvivenza superficiale e scandita solo dal ticchettare di un orologio, gli impegni sul calendario di Google e la distinzione tra quella che dovrebbe essere una colazione, un pranzo e una cena. Non c’è spazio più per l’umanità, non c’è spazio più per la semplicità. E’ tutto un correre e un susseguirsi di cose da fare, di valore zero.

E’ il rinchiudersi dietro schermi, dietro silenzi, dietro domande che non hanno risposta, dietro atteggiamenti diversi che lasciano buchi ed incertezze. C’è poca voglia nello stare insieme davvero, troppo nascosti in una nuova quotidianità, dietro una mascherina che ha creato dei distanziamenti non solo fisici, ma mentali.

I colori dell’anima sono diversi. Ed è la mia maledizione leggerli tutti. Una brutta, bruttissima maledizione.

Schegge taglienti.

Sorrido. Un sorriso amaro di chi sa che le realtà cambiano e cambiano male.

Dove finisce l’ombra ed inizia la luce, quel circolo d’illuminazione incerto che potrebbe essere tutto e potrebbe essere niente ma nell’incertezza, tutto ha un sapore amaro.

Quando qualcosa cambia e non ne sai il motivo, è normale chiedersi perchè?

#IlCervelloComeunHDfuoricontrollo

Il cervello attacca e stacca informazioni tutto il giorno, seleziona, pondera, risponde, riseleziona, cancella, riscrive. E’ una sorta di HD che si sovrascrive automaticamente, sceglie cosa backuppare e il resto, quello in teoria meno importante, lo cancella e sostituisce con informazioni più importanti (teoricamente) o di cui abbiamo più bisogno (sempre teoricamente). Una parte del nostro cervello è assimilabile alla RAM, quella memoria volatile veloce che serve per far partire il sistema. Se però le informazioni volatili vengono salvate, allora passano nell’HD e vengono fissate fino a che, come detto sopra, l’informazione non viene modificata.

E allora cosa succede al nostro cervello quando vogliamo dire qualcosa ma invece diciamo altro? Quando siamo sovrappensiero e incasinati nel turbine di dati del nostro cervello e apriamo il cassetto sbagliato dicendo qualcosa che non c’entra niente? Semplice: in quel momento l’abitudine di quel tipo di informazione prende il posto di quella che effettivamente vorremmo dire. O perchè l’abbiamo appena detta, vissuta, tirata fuori, pensata o perchè quel tipo di contesto ce ne ricorda un altro a cui avevamo più familiarità e per quello esce fuori nei ricordi.

E se questo succede, cosa vuol dire?

….

#Giornatine

La giornata di oggi: prima ora la maledetta terza, seconda buca a parlare con una nuova collega di sostegno che non ha mai lavorato a scuola e farle capire come funziona il magico mondo dei pdp pei diagnosi cdc dsa dva bes, terza ora in prima con correzione del lavoro sugli insiemi, quarta e quinta ora in seconda con frazioni e ripasso di scienze. Torno a casa e mi accorgo di aver scordato di fare le lavatrici che rimando da un po’, le metto a fare e mi chiama L. (santa donna) e ci sfoghiamo sulla bestialità e la disumanità che circonda l’essere umano, nelle sue numerose sfaccettature, nel mentre mangio e mi arriva la mail di una psicologa per fissare un giorno per una call. Chiamo la collega, le chiedo se va bene, mi dice di si, fisso l’appuntamento su Calendar, invio il link meet. Poi mi dico ok, faccio una UDA al pc e subentra il panicopaura e non riesco a scrivere un cazzo e di quel cazzo, pure un po’ banale. Nel bel mezzo della crisi mistica del secolo mi chiama una collega per parlare sempre della fatidica classe simpatica, discutiamo, riflettiamo, ci demoralizziamo e poi inizia il Collegio docenti. Sono le cinque e mezza. Primo punto, approvazione verbale precedente. Mezz’ora. Secondo punto: progetti. Qui subentra quella strana razza marziale delle colleghe della primaria che, abituate a lavorare con i bambini, ribadiscono l’ovvio diecimila volte. Sono le sette meno dieci. Nel frattempo scrivo a E. su whazzup e le racconto che hanno deciso di farmi referente di materia, io, in una scuola che non conosco, di cui so poco, le cui dinamiche e regole sono sconoscoute ai più, figuriamoci a noi precari. Figuriamoci a me. Dobbiamo ancora discutere altri 6 punti all’OdG. Ho le cuffie blutut che mi permettono di alzarme il culo dalla sedia, farmi un caffè, fare pipi, e gironzolare per casa. Mi siedo. Dobbiamo deliberare. I link non sono titolati, non si capisce un cazzo. Riscrivo la mail cento volte perché Moduli questo sconosciuto e non sanno che col mio account già compare chi sono, non serve inserire la mail. Mi lamento con E., poi con F., poi con G. Decido che l’unico modo per sopravvivere è ironizzare sulla disperazione. Tolgo i panni dalla lavatrice e ne carico un’altra. Li stendo dopo, mi dico. Sono le sette e mezza e siamo al punto 4. Decido di preparare la cena. Quando bisogna votare clicco sul link, inserisco la mail e scelgo astenuto. Non c’ho voglia. Si fanno le otto. Il dirigente saluta e io nella marmaglia faccio ciaociao graziepregoscusitornerò e attacco. Mangio con L. che nun se sa come può sopportami, si mette a suonare. Io chiamo S. per organizzare gli ultimi step di questa agonia….Cazzo i panni. Butto tutto dentro la cesta, vado in studio e mi metto meticolosamente a stendere: 3 pigiami, 3 felpe da casa, magliette estive (che devo rimettere nella parte estiva), leggins, 28 perizomi, 28 calzini + 4 spaiati che nun se sa dove stanno. Che si percepisce da quanto non facevo una lavatrice? Guardo la camera: ci sono 5 paia di jeans ancora da lavare, 12 magliette, 4 maglioni, cose estive reduci da finti giorni di caldo prima del grande freddo. Sospiro. Vado a fare pipi. Mi fermo sulla tazza e penso a questo 28. Scuoto la testa da sola, nun se po’ vive così. Mi si sono addormentati i piedi. Mi devo struccare. Non c’ho voglia. Mo lo faccio. E devo ancora andare a dormire. Fine.

Ah no. Mentre parlavo con S. ho pure preparato una verifica di scienze.

#I.r.r.e.c.u.p.e.r.a.b.i.l.e

Sono così stanca, affranta, consumata, preoccupata, nervosa, spaventata, destabilizzata, incazzata, stufa, scoraggiata, demotivata, sopraffatta, amareggiata (… e potrei andare avanti), che non ho neanche la forza di pensare, figuriamoci di scrivere.

Le cose accadute in questi mesi si sono così rincorse e accavallate, sovrapposte, soffocate, ingannate, lacerate, ricostruite, lacerate ancora. E in questo tourbillon de la vie mi sento persa, mi sono persa. Maledico la mia malsana anarchica testa che lascia incastrare in quei pochi spiragli che le concedo, per distrazione, amari pensieri, amari come il caffè senza zucchero che appena lo butti giù ti fa sentire le papille gustative arse, bruciate, secche. E io lo maledico e mi maledico.

Ho una grande confusione in testa, fatta di parole studiate, di un lavoro vecchio in un ambiente nuovo che non ha la benché minima idea di cosa vogliano dire le parole organizzazione, collaborazione, impegno, condivisione, responsabilità, chiarezza, costanza, trasparenza, efficienza. Confusione dovuta ai miei stati altalenanti che ricamano finte soddisfazioni su una tela troppo nera, tanto da ingoiarsele senza lasciarne traccia e finire così, vacue.

Intorno a me vedo ragazzi i cui volti sono tagliati da una mascherina bianca che mette in risalto gli occhi, lasciando trasparire quella frustrazione nel non poter essere davvero se stessi, quella malinconia di un viso pieno. E quindi ci guardiamo, tanto. In alcuni casi sono sguardi di rimprovero per la loro immaturità, in altri sono sguardi comprensivi. Ma sono sguardi di chi avrebbe bisogno di staccarsi dal mondo e godersi il cielo.

Ho fatto il mio primo tampone. Un calvario per sapere i risultati se non sei residente nella regione in cui abiti. Alla fine sono andata al totem e ho stampato il referto. Ho guardato il foglio per un’ora per assicurarmi che davvero ci fosse scritta la parola negativo ovunque. Mi sono messa nei panni di chi invece ha dovuto leggere positivo. Dannata la mia empatia.

Così si è fatto buio, il petto fa male, il nodo alla gola è talmente forte da soffocarmi.

Ecco. Questo è quanto.

#BuonViaggio

Hermano querido, e buon cammino ovunque tu vada. Forse un giorno potremo i contrarci di nuovo, lungo la strada.